Matteo Soragna

Nel pomeriggio di festa infrasettimanale di Sky Sport c’è la replica di Milwaukee-Oklahoma, regular season della Nba. La seconda voce della telecronaca è fin troppo familiare: è quella di Matteo Soragna. Non è la prima volta che lo si sente al microfono del commento tecnico di una partita in tv. Ma è la prima volta che lo fa da ex giocatore: è della settimana scorsa l’annuncio del suo ritiro dal basket giocato, a 41 anni e 8 mesi, dopo una stagione in B a Piacenza e dopo otto stagioni delle sue 25 nella pallacanestro spese nelle tre massime serie italiane.

Per annunciare al mondo della palla arancio che bastava così, ha scelto un metodo inusuale, un post sul blog che tiene su La Giornata Tipo, sito di pallacanestro raccontata e amata. «C’è una cosa che spicca su tutte» scrive, prima di ripercorrere la sua vita sportiva in rigoroso ordine cronologico, dalla natìa Mantova in poi. «Mi sono divertito da morire». Sembra quasi strano, detto da un giocatore che è stato un esempio di serietà, dedizione, spirito di squadra. Un esempio tale che il presidente e fondatore Alberto Savio lo mostrava ai figli: «Se mai farete sport, imparate da lui». E quando il figlio Gustavo era capitano dell’Under 19, la sua maglia non per caso era la numero 7.

Oddio, serietà… La sua prima stagione a Biella fu la 2000/2001, terzo anno in A2, Marco Crespi in panchina, Antonio Granger come superstar (e compagno di stanza, svela Soragna sul suo blog di addio). Matteo che due stagioni prima aveva perso proprio con i rossoblù lo spareggio per la serie A, sfoggiò pure un’improbabilissima chioma bionda, lui che a sopracciglia color inchiostro rivaleggiava con Elio e lo zio Bergomi. In campo era in quintetto base: Brewer, Granger, Lacey, Rankin… Non è che restassero tonnellate di tiri a partita per gli altri. Ma lui era l’equalizzatore, quello che faceva la cosa giusta, fosse sbattersi in difesa o passare a un compagno messo meglio per il tiro. Per nessuno come Soragna vale la legge che guardare le statistiche a fine partita a volte disegna un quadro fuorviante della partita di un giocatore. Nelle sue c’era sempre molto di più di un 2/4 dal campo e di un 9 di valutazione.

E poi nelle statistiche non compaiono i momenti nello spogliatoio, quando forse era capitano prima ancora di prendere la fascia. O quelli in campo quando era il momento di fare la voce grossa: chi ricorda una lite con Marko Jaric (mica pizza e fichi) al termine di un Lauretana-Bologna chiuso con una vittoria al PalaScatola? Non fu un caso se dopo un mese e mezzo della sua prima vera stagione in serie A in rossoblù, nel novembre 2001, arrivò il suo esordio in Nazionale. In azzurro ha battuto Carmelo Anthony (che ora gli capita di commentare senza ricordare con sportività, quando lo marcò e lo sconfisse) nello storico successo preolimpico di Colonia contro il Dream Team di allora, quando Pozzecco segnò in faccia e fece l’inchino a Iverson. In azzurro ha vinto un bronzo europeo e un argento olimpico. Anzi, la medaglia l’ha portata a Biella lui anche se non fisicamente, visto che l’estate 2004 fu quella del suo passaggio alla Benetton Treviso. In biancoverde ha vinto uno scudetto e due volte la Coppa Italia, una delle quali dopo aver segnato una tripla allo scadere in semifinale contro Siena, quello che forse è il canestro più celebre della sua carriera.

A Biella è tornato nel 2009, in tempo per giocare la prima stagione europea della storia rossoblù in Eurocup, per la salvezza all’ultimo respiro nello spareggio contro Ferrara, per tornare capitano, per vivere il giorno più amaro della retrocessione e di una contestazione tuttora inspiegabile di una fetta di pubblico, in un giorno in cui era a bordo parquet infortunato. Nel suo blog ha parole dolci per Massimo Cancellieri: «Ho vissuto una seconda giovinezza con “Canc” in panchina e quasi co-inquilino, un bravo allenatore ma soprattutto un grande amico, leale e onesto. Purtroppo vegetariano, ma uno non può essere perfetto». E ha parole amarissime per l’epilogo della sua avventura rossoblù: «Mi sono rotto entrambe le spalle (ed entrambe le palle) a distanza di quattro mesi e quasi lesionato il tendine di Achille. Quella stagione siamo retrocessi ed ancora oggi mi brucia da morire, non solo per me, ma anche per tutto il popolo di Biella che non si meritava quella delusione».

L’intelligenza, l’ironia, il rispetto (non ha mai detto nulla sopra le righe dopo quella famosa stagione finale, per quanto fosse amaro l’esito e più tiepido l’affetto dei “suoi” tifosi) sono nel suo dna. Ha il record di presenze in serie A con la maglia rossoblù, ha visto crescere (e fatto da modello) a Raspino, De Vico, Lombardi, Laganà, Uglietti. Potergli stringere la mano, poterlo vedere a centro parquet al Biella Forum ancora una volta è una speranza prima ancora di un desiderio. E poi mancherebbe solo un dettaglio: appendere al soffitto la maglia numero 7. Perché lo sport ha bisogno di bandiere. Come lui.

(Nella foto Matteo Soragna in sala pesi nella sua prima stagione a Biella – foto Stefano Ceretti)

Author: Giampiero Canneddu

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