Sei vinte e tre perse

Ho rifatto i conti due volte perché non mi sembrava possibile: l’Angelico Biella, nelle nove partite in cui è stata in “formazione tipo”, ovvero con Mike Hall e Simone Pierich in campo, ha un record di sei vittorie e tre sconfitte. Sei a tre, il 66% di successi, con nessuno scivolone in casa e una vittoria su quattro tentativi in trasferta, quella che abbiamo appena vissuto contro la Moncada Agrigento capolista e in striscia positiva da cinque partite.
Allo stupore subentra il rammarico, classifica di A2 Ovest alla mano. Biella, la squadra che al completo è in grado di tenere un passo da metà alta della classifica, è ancora penultima, in piena zona playout e con la coscienza che l’impegno da qui alla primavera sarà di tenersi almeno tre squadre dietro le spalle, più che di dare la caccia a quelle davanti. Poi torna lo stupore: se vedere il risultato costringe a rifare il calcolo, è perché l’ambiente e le parole intorno a questa squadra in grado di mettere insieme il 66% di vittorie è stato di tutt’altro tenore. Dopo lo schiaffone di Omegna, è seguito un processo di Norimberga in versione sportiva in cui tutti erano colpevoli, da Sambugaro al coach, dai veterani troppo veterani ai giovani troppo giovani. Una settimana prima, Michele Carrea reagì con una smorfia un po’ sorpresa quando il suo ingresso in sala stampa (in cui non ci sono mai solo i cronisti) venne salutato da un applauso, a derby contro Tortona appena vinto allo sprint. Le sue parole spiegarono bene la sorpresa: «Non abbiamo fatto nulla di diverso in settimana, siamo gli stessi che si allenano duramente per ottenere queste vittorie e non sempre ci riusciamo».

È stata necessaria una conferenza stampa fiume perché il club facesse scudo davanti a lui, e anche davanti a Sambugaro, perché non si sentissero soli davanti ai fulmini e alle saette che piovevano da fuori e anche un po’ da dentro. E facessero scudo davanti alle loro scelte. Fatta salva la cenere cosparsa sul capo di tutti, per aver puntato su Marcel Jones (decisione rapidamente corretta dopo quattro partite), è davvero tutto da buttare in una squadra costruita con il budget più basso di sempre che al completo vince i due terzi delle partite che gioca? O non è piuttosto da attribuire alla testa maledettamente pesante e poco lucida la causa di qualcuna delle sconfitte che sono valse il penultimo posto dopo sedici match? La stessa testa che ha bloccato a lungo Andrea La Torre, che però dopo la settimana più dura di tutte con la lite a distanza tra club, coach e procuratore, trasforma lo scarico di Mike Hall (che gli dei del basket lo benedicano per quell’assist da vero uomo-squadra) in una tripla dall’angolo. E che blocca ancora Ale Grande, che forse avrebbe bisogno di una scintilla per riaccendersi e sentirsi meno appeso a un filo. Che sia parte del gruppo, lo dimostra la foto: lì in mezzo a esultare per il primo successo in trasferta c’è anche lui con la linguaccia di fuori.

«Questo successo è il frutto di un percorso iniziato ad agosto» ha detto Carrea nel dopogara di Agrigento, «passando attraverso molte difficoltà ma restando sempre uniti, senza mai smettere di crederci». Sempre gli stessi, sempre uniti, ora impegnati a giocare con la testa da squadra e non solo con il cuore. E se la testa si appesantisse di nuovo, facciamo tutti insieme un esercizio matematico: sei vinte e tre perse. Quando l’Angelico Biella è al completo, sei vinte e tre perse. Penultimi, certo, ma con quelle sei vinte e tre perse non suona tutto un po’ migliore?

Ps: c’è qualcosa che non è mai mancato, anche durante il processo di Norimberga del dopo-Omegna, e che continua a rendere Biella un posto speciale della pallacanestro. I 3000 spettatori di media che mezza serie A ci invidia non conoscono domeniche in montagna se gioca la loro squadra, anche quando è penultima. E quello che è successo contro Siena, con 3000 persone che “adottano” Andrea La Torre per coprire con il calore tutto il rumore delle polemiche, e con la curva che lo issa su a fine partita come si fa con i migliori idoli, cancella in un attimo tutto il frastuono di quel processo sommario.

Author: Giampiero Canneddu

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