Michele Carrea e la pancia





C’è un termine ricorrente nelle conferenze stampa di Michele Carrea: la pancia. Niente schemi, niente fondamentali, né percentuali al tiro, dunque. Solo il simbolo di un atteggiamento, quello di chi ha fame. Perché, come insegna la storia dell’uomo, per migliorarsi o per sentirsi pronti a lottare non esiste stimolo migliore. La pancia di Carrea e dei giocatori dell’Angelico, per questo, deve essere sempre vuota. Facile a dirsi quando sei indietro in classifica e il vuoto da riempire è anche quello dei punti. Meno facile quando l’obiettivo minimo, la salvezza, è già cosa matematica a otto giornate dalla fine (i rossoblù sono irraggiungibili per le terzultime che disputeranno i playout prima ancora che finisca l’inverno) e quello realistico, un posticino nei playoff, non è così lontano. Anche qui, matematica alla mano, sono 12 i punti di vantaggio sul gruppo delle none e 16 quelli ancora a disposizione alla fine della regular season. La certezza di essere nelle prime otto, insomma, è a un paio di vittorie di distanza.

Nonostante questo, Carrea insiste e insiste sulla pancia che non deve essere mai piena. E forse sta qui il grande segreto dell’Angelico che ha il miglior record di A2 a due terzi di campionato: dall’esperto Hall al soldato scelto Venuto, dal capitano fatto in casa De Vico alla truppa dei giovani (e nemmeno per loro è così naturale), tutti hanno imparato che il lavoro non è mai abbastanza e che c’è sempre un passo in più che è possibile fare per essere meglio della domenica precedente.

La mentalità si spiega bene con gli esempi. Vale per Michele Carrea che guarda i sette punti in un quarto di Federico Massone contro Agropoli e gli fa i complimenti «perché sono figli della voglia che ci ha messo in settimana e di una partita in cui ha saputo che cosa doveva fare. Era già andato in doppia cifra ma i complimenti non glieli ho fatti perché era stato quasi un caso». Capito l’antifona? Le statistiche finiscono nel cestino se non sono figlie di un percorso che nasce in allenamento. Vale per Mike Hall che tira giù un paio di santi in modo plateale quando passa un pallone a Luca Pollone e lui, invece di tirare da smarcato, scarica a un compagno. Lo hanno criticato Mike, per quel gesto, in una serata in cui ha anche saltato la festa post-vittoria sotto la curva perché la squadra aveva sciupato troppo negli ultimi possessi. Ma di norma gli americani sacramentano con i ragazzini della squadra se i giovani non gli passano il pallone. Qui accade il contrario. E se un over 30 che ha conosciuto massimi campionati ed Eurolega ha ancora la pancia così vuota da non accontentarsi di un +12 che diventa solo +7, ditemi dove gli si fa firmare il rinnovo del contratto.

In ultimo, parliamo della pancia vuota dell’ultimo quarto di Treviglio. Una sconfitta non avrebbe cambiato di molto le cose: l’Angelico era prima e prima resta. E alzi la mano chi, dopo la tripla dall’angolo di Cesana con la palla che gli era carambolata in mano a fil di sirena, credeva ancora nella vittoria. Chi ci credeva? Hall, Ferguson, Udom, Pollone, Venuto, ovvero il quintetto base della rimonta. E come ci hanno creduto? Infilando le mani nella spazzatura di una partita in cui la tecnica ha lasciato spazio all’emotività: rimbalzi in attacco (presente il tap in di Pollone su una tripla fuori baricentro di Jazz?), rimbalzi anche in difesa (nel fondamentale Biella è passata da -10 a +4), le palle recuperate (tre di Ferguson, due delle quali in zona sorpasso, con sette assist). Tutto merito della pancia. Che, evidentemente, era ancora vuota come piace a Carrea. Il quale, ovviamente, a fine partita ha dosato i complimenti shakerandoli con un cazziatone per l’approccio sbagliato “che si ripete da tre partite”. Perché solo ai coach sazi va sempre tutto bene…

Author: Giampiero Canneddu

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